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Diciamo Azzurro Project di Paolo Di Stefano

"Diciamo Azzurro"

Diciamo azzurro, ma questo azzurro non sembra affatto contento di sé: si spazientisce, si sbraccia, si allunga, si frantuma, si scioglie in altri azzurri più lievi, più inconsistenti e più cupi. E così fluttuano in alto e in basso fili, strisce, stracci, fibre, pulviscoli, refoli di azzurri non si capisce se d’aria o di mare, si aprono in alto e in basso, si rovesciano, si uniscono, si separano, tornano a unirsi obliquamente, a sovrapporsi, a lasciarsi e a ritrovarsi ora indifferenti ai cactus, alle dracene, ai palmizi e alle palme svettanti, ai pini che incombono e alle macchie violette, ora pietosi e ipersensibili azzurrano le cose, i muri, le scale, gli archi, i balconi e i terrazzamenti in basso, il lucido dei pavimenti a specchio, le colonnine, i capitelli, i vasi gonfi di antico, gli sbalzi, i verdi allegri e sfacciati. La montagna sul fondo.
«Dove sarà il Dragone? A destra, a sinistra o un po’ dappertutto?».
Il coagulo, corrugandosi, accoglie però altri colori pure tenui. Accenni di un rosa infantile che vorrebbe, crescendo, disperdersi nella superficie grinzosa.
Dimmi, lo senti anche tu il profumo dei gelsomini? E da quale mondo mai è planata la ragazza dal collo bianco? Sta posandosi dall’alto o forse si sta sollevando sul verde come se non conoscesse l’umana forza di gravità? E a quale punto esatto dell’azzurro è rivolto il suo profilo sonnambulo?
«Gelsomino come timo e come rosmarino?».
Quel giallo lindo-acre dei limoni occhieggia dai rami frondosi le tele diciamo azzurre che giacciono deposte ai margini della sua ombrosità. È un’ombra che si sfrangia, tremola e può anche tagliare lo sguardo dello sprovveduto che passa. È un’ombra adatta al verde che splende irridente. Che ti chiede di essere respirato e tu lo respiri davvero nel solo momento in cui dimentichi l’incanto della sorpresa, e proprio allora vorrei dirti che il giallo non è giallo e il verde non è soltanto verde, ma si appartengono, si chiamano, si attraggono, si rispecchiano l’uno nell’altro, forse desiderandosi e finendo per mescolarsi in un amplesso furioso.
«Tutto mio, vorrei essere la principessa di questo castello che sembra uscito da una fiaba sonora o da un pacco-regalo».
Ma l’azzurro? L’azzurro no. Se si raggruma, è perché ambisce a distendersi anche nella memoria - persino da qui a Bisanzio -, a farsi trasparenza, partecipare all’affanno silente della fotosintesi eterna. Senza dire delle nuvole che aleggiano, sagome di delfini, orche o balene, come se le creature del mare, impennandosi, volessero per un pomeriggio liberarsi dell’acqua e sfibrarsi nell’atmosfera.
Vieni con me, dai, dammi la mano, camminiamo insieme. Qui un ponticello quasi imprevisto, qui gerani e sbuffi pungenti, qui le ninfee che aspettano l’esplosione del bianco. Qui i papaveri saranno veri papaveri o sanguinose emergenze di vite sotterranee che cercano un filo di vento e un’acqua sia pure stagnante, o ambiscono anche loro agli azzurri sfrangiati di un cielo tra i tanti?
«Dov’è il mare?», mi chiedi. «E dov’è il cielo? Quale celeste è il vero celeste? E tu, quale azzurro preferiresti per me?».
Tutti, tutti i possibili azzurri, per te, per ciò che sei e per ciò che sarai.
«Io voglio però che le nuvole-orche-balene-delfini non cadano mai più, me lo prometti?».
Va bene, bambina mia, facciamo che te lo prometto.
E adesso non lasciarti abbagliare da tutto questo bianco lunare, di volte e portici, varchi, ballatoi, divani, corridoi e bifore arabesche. Ci sarà pur sempre, vedrai, un angolo d’azzurro in cui riposarsi lasciando navigare le fantasie dello sguardo.
Là sopra, ecco. Sono azzurri abitati da figurine forse preistoriche: ranocchi, amebe, meduse, granchi, ominidi… E nel galleggiare dei segni, sfregi geroglifici curve, ci sono frecce che alla fine trafiggono la tela un po’ a tradimento. Ecco, sapresti dirmi qui dov’è il mare? Perché se camminiamo sulle piastrelle come rassicurati dall’abitudine della gravità, dal sapere con certezza che il pavimento è il pavimento e il soffitto è il soffitto, dentro questi azzurri ancora nervosi e variabili il sopra e il sotto sono un’opinione, la tua, la mia, un’illusione, una dislocazione arbitraria.
«Proprio come prima», rispondi, «come quando, là fuori, balene, orche, delfini volavano, o nuotavano, sopra di noi e sopra il verde». O sotto, chissà.
Questo mobile scintillio. Lo diresti cielo e piscina. Lo diresti volo e galleggiamento. Ali aperte di fenicottero-airone o braccia che sguazzano. Sole riflesso nel celeste-blu o blu-celeste che va evaporando? Appunto, dov’è l’alto e dove il basso? E noi?
«Noi siamo dove non siamo mai stati».
Ecco, non vedi come, anche qua, dentro questo bagno di luce, l’azzurro si è già concesso al bianco dei soffitti a volta? Generosamente. Un dono gratuito. Dai pulviscoli, dalle onde e dai grumi emana e si riflette verso l’alto – e non solo - un velo quasi uniforme, che avvolgendo attenua la ferita accecante dell’abbaglio. Un azzurro finalmente contento di sé.
«Diciamo azzurro».